Il cardo dei lanaioli: coltivazione e proprietà

Il cardo dei lanaioli (Dipsacus fullonum) è una pianta spontanea ma molto ornamentale anche in giardino. In più ha la capacità di depurare l'organismo

Il cardo dei lanaioli è una pianta spontanea che, a dispetto del nome, non appartiene alla famiglia dei cardi veri e propri, le Asteracee, bensì a quella delle Dipsacacee.

Le lingue greca e latina, nella loro infinita espressività, danno il massimo descrivendo il cardo dei lanaioli nel suo nome scientifico, Dipsacus fullonum: dipsacus, infatti, proviene dal greco e significa “togliere la sete”, perché in questa pianta ciascuna coppia di foglie opposte si salda alla base formando una specie di coppa in cui si fermano la pioggia e la rugiada, che molti animali, uccelli soprattutto, poi bevono avidamente.

Lo specifico fullonum è di origine latina e deriva da fullones, cioè gli antichi lanaioli che utilizzavano i ricettacoli dei capolini per cardare la lana, donde quindi anche il nome comune con cui conosciamo oggi la pianta.

Le foglie e le radici della pianta contengono numerosi principi attivi (glucosidi, tannini, sali minerali fra cui il potassio in abbondanza) che le conferiscono preziose proprietà diuretiche, sudorifere, depurative e aperitive.

Com'è fatto il cardo dei lanaioli

Si tratta di un’erbacea biennale, che nel primo anno produce solo una rosetta di foglie basali e solo nel secondo diventa alta da 80 cm a 2 m, con foglie lanceolate prive di picciolo e dotate di nervatura spinosa nella pagina inferiore.

Il fusto, che compare nel secondo anno, è eretto, ramificato, anch’esso spinoso, e termina con infiorescenze a capolino ovoidali, lunghe 4-8 cm, che hanno alla base foglie modificate appuntite.

In luglio e agosto, nel secondo anno di vita, compaiono piccoli fiori color rosa-lilla che si dispongono in cerchio a metà del capolino e poi si aprono man mano verso l’alto e verso il basso, mai contemporaneamente.

Il frutto è un achenio angoloso, lungo 5 mm, racchiuso nel tubo persistente dell’involucro.

Come si coltiva

Pianta a torto poco diffusa, merita un posto nelle aiuole in giardino per la sua particolare ornamentalità, data dalle dimensioni che permettono di apprezzare bene la fioritura estiva, peraltro di lunga durata. Da segnalare anche le forme scultoree, che ben si addicono a chi ama le piante ben definite e spinose, e la bellezza che assumono i capolini una volta sfioriti: si essiccano facilmente sulla pianta, permanendo in perfetta forma fino alla primavera successiva. In alternativa si possono tagliare ed essiccare a testa in giù, per utilizzarli in composizioni di fiori secchi.

Questo cardo richiede solo un po’ di umidità nel terreno, alla cui tipologia è del tutto indifferente, e una buona dose di sole per crescere nel primo anno e fiorire nel secondo. Non teme il freddo padano, ma quello alpino decisamente sì…

Dove e come si raccoglie

Cresce spontaneo un po’ ovunque nei luoghi assolati: lungo i fossi, nei terreni incolti e argillosi, accanto ai ruderi delle vecchie case, spingendosi dalle zone pianeggianti dell’area mediterranea fino a un’altitudine di 800 metri sull’Appennino.

Due accorgimenti particolari in fase di raccolta. Il primo: evitate le piante che crescono in contesti troppo disturbati e inquinati (vicino a strade, autostrade, ferrovie, cantieri edili, campagne intensamente coltivate ecc.). Il secondo: munitevi di un paio di robusti guanti, per evitare il contatto con le cruente spine che pervadono tutta la pianta.

Le foglie devono essere utilizzate fresche e quindi hanno un periodo di raccolta limitato alla primavera; le radici, invece, si estirpano in autunno, da piante al primo anno di vegetazione; dopodiché si lavano, si tagliano a pezzetti lunghi 4-5 cm, si essiccano in luogo fresco, aerato e ombroso, e si conservano per circa un anno in barattoli di vetro scuro.

Rimedi naturali con il cardo dei lanaioli

  • Per facilitare la digestione: infondete 30g di radici in 1 litro di acqua bollente per 10 minuti, filtrate, lasciate intiepidire e bevete un bicchiere dopo i pasti senza dolcificare.
  • Il digestivo alcolico: infondete 40g di radici in 1 litro di alcol alimentare o di grappa per 15 giorni in un barattolo di vetro scuro esposto al sole e scosso ogni giorno; aggiungete 70g di zucchero, ponete al sole per altri 15 giorni scuotendo giornalmente il barattolo; poi filtrate e imbottigliate conservando la bottiglia in luogo fresco e buio; non consumate prima di un mese dall’imbottigliamento. All’occorrenza, un bicchierino dopo i pasti.
  • Per depurare l’organismo: infondete 20g di radici in 1l di acqua bollente per 10 minuti, filtrate, lasciate intiepidire e bevete un bicchiere ogni mattina a digiuno senza olcificare, il tutto per tre settimane. Sospendete per due settimane e ripetete il ciclo di tre settimane. L’assunzione è consigliata due volte l’anno, in prile e in ottobre.
  • Per combattere l’acne giovanile: preparate un decotto facendo bollire per 10 minuti 50 g di radici in 1 litro di acqua, fate raffreddare, filtrate, bevete due tazze al giorno addolcendo con miele di acacia o di tarassaco.
  • Contro gli eczemi: bollite per 10 minuti 40 g di radici secche in 1 litro di acqua, filtrate, lasciate intiepidire, bevete due tazze al giorno addolcendo con miele di acacia o di tarassaco.

Fra realtà, storia e leggenda

• I fullones, i mercanti romani che si dedicavano alla lavorazione e alla vendita della lana, si servivano dei capolini secchi della pianta, duri e al tempo stesso elastici, per cardare la lana. Questo utilizzo è durato nei secoli ed è stato applicato anche ad altre fibre, come il cotone, per ottenere i velluti, rendendo così necessaria la coltivazione della pianta su vasta scala. Il lavoro di cardatura inizialmente era manuale, ma poi i capolini vennero infilati, come in uno spiedo, in un’asta metallica e quindi inseriti in un sistema meccanico girevole che velocizzò notevolmente il procedimento.

In Scozia esiste un ordine cavalleresco detto “del cardo”, fondato nel lontano 1687 da Giacomo II. Il suo simbolo è rappresentato da un collare d’oro di cardi e germogli di ruta, a cui è appeso un medaglione con l’effige di S. Andrea, protettore dell’ordine, la cui sede è la chiesa di St. Giles a Edimburgo.

• I capolini secchi, lasciati al naturale o spruzzati con spray colorati o glitterati, si prestano molto bene come elementi decorativi di eleganti composizioni, eventualmente assieme ad altri fiori secchi, a rami di bacche, a foglie, a frutti, a ortaggi, a cortecce, a sassi e a quant’altro la fantasia e il senso estetico suggeriscono.

(Illustrazione di Sara Menon)

Il cardo dei lanaioli: coltivazione e proprietà - Ultima modifica: 2019-07-23T07:16:00+00:00 da Redazione GI