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Calendola, in fiore quasi tutto l'anno.
Tutte le leggende che vedono protagoniste le piante, definite "magiche" nella notte di S. Giovanni, fra il 23 e il 24 giugno

I giorni compresi fra il 20 e il 24 giugno sono quelli del solstizio d’estate, momento in cui il Sole ha la meglio sulle tenebre, manifestandosi per la massima lunghezza nell’arco delle 24 ore (ben 15 ore e 15 minuti).

Per tutte le popolazioni antiche questo evento astronomico rappresentava il potere del dio Sole sulla notte, capace di conferire proprietà magiche agli oggetti, dal fuoco alla rugiada e, naturalmente, alle piante.

Ed è in particolare la notte fra il 23 e il 24 giugno a essere magica: il mondo naturale e quello soprannaturale si compenetrano e accadono “cose strane”, come raccontò perfino Shakespeare nel suo Sogno di una notte di mezza estate...

Leggende sulla notte di S. Giovanni

L’unione del sole con la luna, secondo gli antichi, conferiva alle piante terrestri proprietà particolari: le erbe raccolte nella notte di S. Giovanni, camminando a piedi nudi sull’erba, avrebbero un potere magico, perché benedette dalla rugiada del santo e dagli influssi astrali...

Diventavano così in grado di scacciare ogni malattia, nonché i demoni e le streghe, e tutte le loro caratteristiche vengono esaltate e portate alla massima potenza. Fatte seccare al sole, si utilizzavano fino all’inverno per preparare pozioni magiche e per confezionare incantesimi…

Inoltre, nei mesi successivi al solstizio, i viandanti che si fossero trovati per strada al calar del sole (momento pericolosissimo per via dell’abbondanza di briganti) sarebbero tornati a casa sani e salvi solo se avessero portato con sé, sotto la camicia, un mazzolino di erbe raccolte proprio la notte del 24 giugno.

Ogni località d’Italia ha un suo elenco specifico di piante, legato al proprio territorio, ma alcune erbe sono conosciute e presenti in tutto il nostro Paese: l'iperico, detto proprio “erba di S. Giovanni”, l'artemisia, dedicata alla dea della caccia Diana-Artemide, e quindi protettrice delle donne, la verbena, il vischio, il sambuco, l’aglio, la cipolla, la lavanda, la mentuccia, il biancospino, il corbezzolo, la ruta e il rosmarino.

L'acqua di San Giovanni

Per potenziare gli effetti, già incrementati, di queste singole piante, in un’epoca in cui la medicina era pressoché inesistente e solo il soprannaturale sembrava dare un aiuto, si usava preparare l’“acqua di San Giovanni”, una mistura miracolosa che si diceva prevenisse ogni genere di malattia.

Per confezionarla, il 23 giugno bisogna raccogliere foglie e fiori di lavanda, iperico, mentuccia, ruta e rosmarino (ma molte sono le varianti locali, in un’armonia di forme e di colori), si mettono a bagno in un bacile colmo d'acqua, da lasciare per tutta la notte fuori casa, esposto così all’influsso della luna. 
Alla mattina successiva ci si lava con quest’acqua, per rendere bella e forte la pelle, preservarsi dalle malattie e scacciare il malocchio per l’intero anno.

Le piante "magiche"

  • Aglio. Conosciuto e utilizzato fin dall'antichità, era ritenuto guaritore di molti mali. Teneva lontani stregoni e fattucchiere, oltre che i vampiri, che non ne sopportavano l’aroma. Entrava come componente nell’Aceto dei quattro ladroni, una lozione che “rendeva immuni” alla peste i ladri che derubavano i cadaveri. È un potente ipotensivo e sembra abbia proprietà antitumorali.
  • Calendola. Usata solo in cucina nel Medioevo, in seguito venne impiegata come pianta magica: Alberto Magno, grande cultore di botanica del secolo XIII, descrive il particolarissimo rituale di raccolta. Nel mese di agosto, col sole nel segno del Leone, doveva essere estirpata e immediatamente avvolta in foglie di alloro o di biancospino, tenendo in mano un dente di lupo: se il cerimoniale era stato svolto correttamente, si poteva impiegare nelle pratiche magiche volte ad allontanare gli spiriti portatori di malattie.
  • Iperico. È detto “erba o fiore di San Giovanni” perché, sfregando i petali, le dita si macchiano di rosso: il "sangue del santo". Portarlo all'occhiello nella notte della festa proteggeva dalle streghe. Raccogliere e portarne con sé un mazzetto allontanava gli spiriti maligni: viene chiamato anche “erba scacciadiavoli” e “fuga demoni”. I suoi petali infusi nell’olio extravergine d’oliva per almeno due mesi, in una bottiglia lasciata al sole estivo, producono una lozione che allevia i dolori reumatici e le contusioni.

    Hypericum perforatum
    Iperico, detto anche "erba di S. Giovanni".

  • Lavanda. Nel XVI-XVII secolo, durante il periodo buio dell’Inquisizione, veniva coltivata per proteggersi dalle streghe e dal malocchio. Inoltre propiziava la purificazione, la felicità, l'amore, la pace, la protezione e la fertilità. Favorisce il rilassamento e il sonno. Si può utilizzare anche come incenso. Raccolta nel momento della fioritura e confezionata in mazzetti ben legati con uno stelo di lavanda, profuma la biancheria e scaccia le tarme.
  • Menta. In epoche in cui la pulizia difettava, veniva sparsa sul pavimento e nei giacigli per allontanare gli insetti molesti. Bruciata nei bracieri disinfettava l’aria. Placa l’ansia e il mal di testa. La mentuccia viene usata ancora oggi per preparare un piatto tipico dell’Italia centrale nella sera di S. Giovanni: le lumache di San Giovanni. Le “corna” dei molluschi, infatti, simboleggiano la luna e il suo ciclo di crescita/decrescita rappresentato dalle “cornine”): ogni lumaca mangiata equivaleva a un malanno scongiurato e… a un rischio in meno di “corna” in casa!
  • Prezzemolo. Purificava e proteggeva gli ambienti. Una piantina tenuta sul davanzale scacciava i diavoli e le streghe. Veniva somministrato in grandi quantità per indurre l’aborto (in realtà ha proprietà emmenagoghe, cioè favorisce il flusso sanguigno e le emorragie).
  • Ruta. Detta anche "erba allegra", perché era un efficace talismano contro il maligno. Aristotele la citava come rimedio contro gli spiriti e gli incantesimi. Sparsa in mazzetti, allontana le formiche dalle soglie di casa.
  • Salvia. Entrava nell’Aceto dei quattro ladroni. Narra la leggenda che abbia acconsentito, dopo i rifiuti della rosa, della vite e del cardo, a proteggere Gesù durante la fuga, ricevendone in cambio dalla Madonna la capacità di curare e guarire ogni male, come una panacea. Il nome deriva dal latino salvare: ha effettivamente effetto benefico sull’organismo, depurandolo e favorendo il buon funzionamento degli organi femminili.
  • Sambuco. Nel Medioevo in Germania dal suo legno si ricavava il flauto magico, il cui suono proteggeva dai sortilegi; nei Paesi scandinavi era sacro alla ninfa Hydle-Moer, che perseguitava per tutta la vita chi tagliava una parte della pianta senza prima invocarla: in questo caso, bruciarne i rami attirava il diavolo. In passato, tutte le case erano ombreggiate da un sambuco: nel Nord della Francia proteggeva dai malefici e dai serpenti; in Danimarca salvaguardava la famiglia; e in Russia scacciava gli spiriti maligni, tanto che nel XVII secolo gli stregoni temevano di essere picchiati con bacchette di sambuco.

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    Sorbo degli uccellatori, tipico delle zone fredde.

  • Sorbo degli uccellatori. Nel Nord Europa era ritenuto in grado di proteggere dai demoni, scongiurare il malocchio e allontanare le streghe, i fulmini e i sortilegi; per questo veniva piantato all’esterno delle case e davanti alle chiese. Sull’arco alpino si piantava vicino a casa, perché proteggeva l’abitazione e la famiglia che vi abita dagli spiriti e dalle forze negative.
  • Verbena. La specie botanica (non quella oggi coltivata per i fiori) era simbolo di pace e prosperità. Greci e Latini la chiamavano Hiera botanae, “erba sacra” e, a Roma, i suoi steli fioriti venivano raccolti in un luogo sacro sul Campidoglio per incoronare i sacerdoti. Consacrata a Venere, veniva utilizzata nella preparazione dei filtri d'amore. Donava l'ispirazione divina ai bardi celtici che, per cantare, se ne incoronavano.

Le piante tossiche da non usare mai

  • Aconito. Contiene un cocktail di sostanze tossiche per l’uomo e gli animali, come aconitina e derivati, napellina, delfinina, acido aconitico, che peraltro oggi la medicina omeopatica impiega in dosi infinitesimali contro gli attacchi di panico.  Bastano meno di 6 mg di aconitina per spedire a miglior vita un uomo adulto. Il naturalista romano Plinio lo citava come "arsenico vegetale" e, secondo alcuni, non sarebbe stato il famoso aspide a uccidere Cleopatra, bensì un cocktail di droghe a base di aconito. I Galli e i Germani ne utilizzavano il succo per intingervi la punta delle frecce e lance e causare così l’immediata paralisi dei nemici colpiti. Dal Medioevo in poi si riteneva che risanasse dalle punture di scorpione, e allontanasse i vampiri e i lupi mannari. Portarne una spiga in tasca rendeva invisibili.
  • Agrifoglio. I Romani, ma anche i Germani, usavano appenderne i rami sulla porta di casa per tenere lontani i malefici, ma anche per simboleggiare la vita che sfida con i vivaci colori dei frutti, le nebbie dell'inverno. Attenzione: le bacche sono velenose per l’uomo e i mammiferi.
  • Artemisia. Fra le tante specie, la più celebre è l’assenzio (Artemisia absinthium), chiamata anche “pianta dell’oblio” per le note proprietà allucinogene. È la protettrice dei viandanti, ai quali allevia il peso della via, facilitando il cammino terreno ma anche quello spirituale e ultraterreno; inoltre scaccia i diavoli, neutralizza il malocchio e la iettatura. Un mazzetto appeso dietro la porta protegge la casa dalla folgore.
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    Belladonna, la pianta più velenosa esistente in Italia.

    Belladonna. È la pianta più velenosa della nostra flora spontanea: non per niente il nome scientifico, Atropa belladonna, si rifà alla Parca Atropo, la dea che, nella mitologia greca, aveva il compito di recidere il filo della vita. Bastano infatti 3-4 bacche per uccidere un uomo, passando attraverso alcuni minuti di delirio e terribili allucinazioni. Responsabile è l’atropina, un alcaloide impiegato in medicina per dilatare le pupille. Nel Medioevo e secoli seguenti veniva lavorata in un unguento chiamato “sussurro delle streghe” spalmato durante i Sabba e quando la strega voleva incontrare il demonio: dal delirio era però facile passare alla pazzia senza ritorno, e oltre…

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    Digitale, pianta tossica che agisce sul cuore.

    Digitale. È la protagonista di numerosi libri gialli e di parecchi polizieschi cinematografici, fra cui un episodio del Tenente Colombo, perché i numerosi glucosidi che contiene (fra cui la digitossina) agiscono sul cuore: nella giusta dose curano gli scompensi cardiaci, in quella sbagliata causano l’arresto cardiaco. I Romani la usavano per uccidere i topi (e le persone scomode), mentre i popoli del Nord Europa la impiegavano come cardiotonico. Nel Nord Europa, dov’è molto diffusa nei boschi, si ammantava di leggende mutuate dalla forma a cappuccio dei fiori: era il classico cappello di fate e folletti (fairy cap), o l’abitazione delle fate, o la guardiana del mondo fatato; mentre le macchie nelle corolle erano le impronte delle fate. Per estensione, il fiore proteggeva gli uomini dai dispetti e dalle malignità dei folletti.

  • Dulcamara. Chiamata anche “morella rampicante”, contiene glucoalcaloidi tossici come la solanina, e viene utilizzata in erboristeria contro i reumatismi e la gotta. Le bacche immature, ingerite in numero consistente, rallentano il respiro fino alla morte. Dal Medioevo fino all’Illuminismo venivano utilizzate per indurre uno stato ipnotico o per eliminare il prossimo.
  • Giusquiamo. Nero (Hyoscyamus niger) o bianco (H. album) che sia, è una Solanacea che contiene joscina, alcaloide fortemente sedativo, un tempo utilizzato durante le operazioni chirurgiche, non senza il fondato pericolo di sedare definitivamente il paziente. Nell’Amleto di Shakespeare il re, padre di Amleto, viene ucciso per avvelenamento da giusquiamo versatogli nell'orecchio durante il sonno. A dosi minimali, venne impiegato sin dal Medioevo da maghi e streghe per causare stati di allucinazione divinatoria. Del resto, il famoso oracolo di Delfi parlava dopo averne fumato i semi.
  • Mandragora. Conosciuta come narcotico in Grecia, acquisì poteri divini nel Medioevo, perché ritenuta una panacea in grado di curare qualunque malanno. Nel XII sec. divenne oggetto di un vero e proprio culto. La radice, polverizzata e mescolata ad altri ingredienti, serviva a preparare l’“unguento degli stregoni”, al quale erano attribuite virtù analgesiche, sedative, narcotiche e soprattutto afrodisiache: a questo proposito venne citata da Niccolò Machiavelli, nella commedia La Mandragora, e da William Shakespeare in svariate opere come potente sedativo. Nei rituali magici veniva invece assunta in minime dosi (dosi maggiori conducono a morte, data la velenosità) per favorire uno stato di esaltazione allucinata. È famosa per la radice di forma vagamente umana: già Plinio distingueva una pianta femminile da una maschile.
  • Stramonio. Originario del Caucaso, è stato portato in giro per il mondo dagli zingari, nella cui medicina tradizionale occupa un posto importante. Contiene un cocktail di alcaloidi come josciamina e atropina, e tutte le parti della pianta hanno proprietà narcotiche e allucinogene, sfruttate dagli stregoni durante i sabba e dagli avvelenatori in genere (anche di corte), e come “siero della verità” durante l’ultima guerra. In Sud America veniva usato come tranquillante per i bambini difficili, nei riti di zombificazione ai Caraibi e come afrodisiaco. Ancora oggi, qualche ragazzo alla ricerca di scorciatoie nella vita si lascia tentare da pozioni allo stramonio per “sballarsi”, finendo all’ospedale e spesso con conseguenze psichiatriche permanenti.
  • Vischio. Piantina semi-parassita che cresce sospesa tra cielo e terra, è stata resa famosa dai celeberrimi fumetti di Asterix il gallico: i Druidi attribuivano la massima sacralità al vischio e al suo ospitante, la quercia, tanto da permetterne la raccolta (per scopi medicinali, dato che lo chiamavano "ciò che guarisce tutto") solo in base a un rigoroso cerimoniale. Il sacerdote vestito di bianco saliva sull'albero e recideva i rametti con un falcetto d'oro, facendoli cadere su di un panno candido: i lattei e perfettamente sferici fruttini, insoliti non solo per il colore ma anche per la stagione di apparizione (inverno), suggerivano infatti uno stretto legame della pianta con la luna e, come l'astro notturno, nemmeno il vischio poteva toccare il terreno.

Coltivare piante velenose in assoluta sicurezza

Se desiderate coltivare le piante velenose fate prima un oggettivo esame della vostra situazione. Se avete bambini o animali domestici, o se possono venire in visita da voi è assolutamente sconsigliabile allevare qualcosa di così tossico nel giardino di casa.

Anche ponendole entro un recinto chiuso a chiave, la fantasia, la curiosità e l’agilità di bambini e animali renderebbe del tutto inutile lo sbarramento, con l’aggravante che la taglia ridotta dei soggetti rende più facile un esito letale (basta una sola bacca per un bambino in età prescolare, un cucciolo, un cane piccolo o un gatto).

• Ovviamente, nemmeno un’assicurazione verso terzi metterebbe al riparo, oltre che da una condanna penale, dal rimorso eterno per un atto incauto ed evitabile… Del resto, ci sono tante altre piante da coltivare…

Se invece il giardino è frequentato da soli adulti senza quattro zampe, la coltivazione è possibile, preferibilmente confinando le pericolosissime in un’unica zona ben definita, ancora meglio se delimitata da un recinto (non si sa mai che una tantum vi vengano a trovare persone con bambini o cani, da tenere comunque lontani).

• Ricordatevi che la normale assicurazione verso terzi che tutti dovremmo avere copre un eventuale danno solo se siete in grado di dimostrare di aver preso tutte le precauzioni possibili per evitare che il danno si compiesse.

• Il “recinto delle streghe” necessita anche di cure diverse rispetto alle altre piante: se riuscite, maneggiatele sempre con i guanti (almeno quelli in lattice) e comunque lavatevi accuratamente le mani subito dopo: anche un po’ di succo fuoriuscito sulla pelle può dare problemi. Naturalmente, non toccatevi il viso, né mangiate!

Pulite con uno straccio anche le lame del potatoio dopo l’uso. Raccogliete subito i residui, le parti sfiorite, le bacche cadute e, a fine ciclo, l’intera pianta, smaltendoli secondo le modalità di raccolta rifiuti del vostro Comune (non nel compost).

Noce: il nocino si prepara il 24 giugno

Il noce, con la sua lenta crescita, la possenza del tronco e dei rami, che appaiono indistruttibili, le dimensioni ragguardevoli e la longevità, unite alla produzione degli utilissimi frutti, è un albero che non poteva mancare presso le abitazioni contadine. I padri ne piantavano un esemplare a ogni nascita di una figlia femmina: quando fosse stata in età da marito, l’albero sarebbe stato tagliato per ricavarne il legno che, venduto, avrebbe fornito la dote alla figlia.

Attorno al noce, però, non crescono altre piante: oggi si sa che è “colpa” delle radici, perché producono sostanze che inibiscono la crescita dei vegetali. Nell’antichità, invece, la stranezza lo ha reso subito un albero magico, i cui poteri venivano rinforzati appunto dalle caratteristiche prima elencate.

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Le noci per il nocino sono pronte alla fine di giugno.

Nella notte di S. Giovanni, sotto ai noci si radunavano le streghe: chi avesse osato sfidarle poteva però venire ricompensato con un delizioso liquore, il nocino. Anche oggi, la fine di giugno è il momento ideale per raccogliere le noci ancora verdi, tenere al punto da poter essere incise per donare l’aroma all’alcol.

Questa è la ricetta per preparare il nocino: occorrono 24 noci acerbe, 1/2 litro d’alcol a 95°, 2/5 di litro di acqua, 600 g di zucchero, alcuni chiodi di garofano, una stecca di cannella, scorza di limone non trattato (facoltativa). Tagliate in quattro le noci, ponetele in un capiente vaso di vetro e aggiungete l’alcol, lasciate riposare per 24 ore. Aggiungete i chiodi di garofano, la cannella e la scorza di limone, chiudete ermeticamente e lasciate macerare per 48 giorni agitando il vaso almeno una volta al giorno. Filtrate il liquore per eliminare le noci e le spezie. Portate l’acqua a ebollizione e fatevi sciogliere lo zucchero, lasciate raffreddare e mescolate al liquore filtrato. Imbottigliate e aspettate per almeno 48 giorni.

I falò di San Giovanni

I falò accesi nei campi nella notte tra il 23 e il 24 giugno erano considerati, oltre che propiziatori, anche purificatori e l'usanza di accenderli si riscontra in moltissime regioni europee. I rituali intorno al fuoco erano connessi alla fertilità del raccolto, alla salute, alla buona sorte, alla protezione dai fulmini.

I contadini li accendevano in cima alle colline, in onore del sole, per propiziarsene la benevolenza e rallentarne la discesa; con le fiamme dei falò incendiavano anche le ruote di fascine, per farle rotolare lungo i pendii, allo scopo di scacciare gli spiriti maligni.

Per purificarsi, vi gettavano le cose vecchie e i pupazzi che rappresentavano il vecchio e il maligno: il fumo prodotto, oltre ad allontanare le streghe in caccia di erbe, proteggeva dalle malattie e dalla malasorte chi vi passasse attraverso. Identico risultato anche gettando nel fuoco steli fioriti di verbena. Saltando invece sopra le fiamme si allontanava il mal di schiena.

In Veneto e a Pamplona (Spagna) si allestivano i falò negli incroci, per scongiurare le tempeste e i fulmini. In Germania, si incendiava una grossa ruota di infuocata, fatta rotolare fino a valle, dove passa il fiume: se la ruota arrivava accesa nell'acqua il segno era favorevole, in caso contrario era di cattivo auspicio. In Nord Africa, i Berberi accendono fuochi che producano fumo denso per propiziare il raccolto dei campi e per guarire chi vi passa in mezzo.

E la mattina dopo? Si girava tre volte intorno alla cenere lasciata dal falò, se ne raccoglieva una manciata da passare sui capelli e sul corpo per scacciare i mali…

Notte di San Giovanni: quando le erbe sono “MAGICHE” - Ultima modifica: 2019-06-23T07:29:01+00:00 da Redazione GI