Coltivare tartufi richiede l’impianto di piantine micorrizate. In questa seconda parte del vademecum vi diamo le info necessarie per farlo al meglio.

Coltivare tartufi è un’attività che richiede grande passione e massimo impegno. Dopo aver visto, nel post precedente, quali tartufi si possono coltivare, con quali norme di legge e quali fattori ambientali deve avere il terreno prescelto, ora leggerete quali cure preliminari apportare al bosco o al giardino per poi impiantare le piantine micorrizate.

Come coltivare il tartufo: il bosco

Per convertire un terreno incolto in un bosco tartufigeno servono alcuni interventi selvicolturali che, se correttamente eseguiti, con buona probabilità porteranno alla produzione dell'ambito fungo.

La prima mossa consiste nell'analisi dei parametri ambientali. Segue poi la preparazione del terreno, in modo che possa accogliere le nuove piantine senza che esse (e soprattutto le loro preziose micorrize) subiscano troppi stress.

Un anno prima dell'impianto bisogna eliminare alberi e arbusti preesistenti per evitare interferenze alle nuove micorrize, nonché pietre e sassi che potrebbero ostacolare le successive lavorazioni. Poi si lavora il terreno con un aratro fino a 50 cm di profondità e si lascia riposare la terra fino alla settimana precedente l'impianto, momento in cui si fresa per eliminare le erbacce.

Dato che uno dei punti cruciali per la buona riuscita del tartufo è il giusto grado di umidità del terreno, un occhio di riguardo – sempre durante l'anno di assestamento del suolo – va dedicato al drenaggio del suolo, che deve consentire di smaltire rapidamente l'acqua in eccesso, pur conservando un terreno sufficientemente umido.

La densità e i sesti d'impianto delle piantine micorrizzate dipendono dal loro sviluppo da adulte, e dalle esigenze del tartufo. Visto il costo delle piante, è preferibile stabilire fin da subito la densità definitiva del bosco, in modo da evitare successivi diradamenti. Gli arbusti, come il nocciolo, ma anche alcune varietà di carpino e di salice, sopportano una densità superiore a quella in genere adottata per i grandi alberi (farnia, rovere, tiglio ecc.). Quanto alle specie, il tartufo nero pregiato, il bianchetto e lo scorzone gradiscono "un posto al sole", e quindi necessitano di una copertura arborea di media entità.

Nella creazione della tartufaia si possono effettuare interessanti compromessi. Per esempio, l'impiego di piante simbionti a rapido sviluppo e poco longeve (noccioli, saliconi e pioppi) da affiancare a piante di lento accrescimento la cui produttività è tuttavia molto durevole nel tempo. In questo modo ci si assicura una rapida entrata in produzione ma anche una lunga vita della tartufaia. Bisogna però prevedere, sin dal momento dell'impianto, quale sarà l'assetto della tartufaia quando si dovrà eliminare una parte delle piante per "raggiunti limiti d'età".

Oppure si possono utilizzare sia piantine micorrizate che non micorrizate, per ottenere in breve tempo una buona copertura della vegetazione senza spendere grosse cifre. In questo caso, si scelgono le piantine non micorrizzate fra le specie "comari" (frassini, aceri, sanguinello, prugnolo ecc.), sicuramente prive di funghi antagonisti al tartufo.

Oltre alla densità, sono importanti anche i sesti d'impianto, per i quali si consigliano distanze di 2-3 m sulla fila e di 7-10 m tra le file. Sembra infatti che le distanze ravvicinate sulla fila favoriscano l'anticipo della produzione, stimolata dal contatto fra le radici.

Dopo la piantagione è importante seguire le piantine micorrizate come si farebbe con qualunque albero o arbusto, bagnandole in abbondanza se non piove per un certo periodo. Trascorso il primo anno dall'impianto il bosco tartufigeno richiede solo un paio di sfalci l'anno con il decespugliatore e, nell'arco di un paio d'anni si può iniziare a passeggiare con il cane da tartufo: prima o poi, annuserà il terreno e scodinzolerà scavando.

Come coltivare il tartufo: il giardino

Nel più frequente caso in cui abbiate a disposizione solo un giardino (in zona vocata, e che non abbia terreno di riporto, che falsa le caratteristiche del suolo) di almeno 200 mq, è possibile mettere a dimora tre o quattro piante micorrizate, che aumentano di due unità ogni 100 mq in più. Mettere a dimora meno di tre piante non è conveniente a livello di produzione: ci vorrebbero 15-20 anni per avere un numero di tartufi sufficiente a soddisfare i desideri di una famiglia golosa.

Dopo l'analisi del terreno vengono le pratiche colturali indispensabili, circoscritte ai punti in cui le piante micorrizate verranno messe a dimora: ovviamente non devono esserci già altri alberi o arbusti; la buca, larga e profonda circa 50 x 50 cm, va scavata almeno un paio di mesi prima della messa a dimora; sul fondo bisogna mettere circa 10 cm di ghiaia o pietrisco per il drenaggio e come terra di riempimento bisogna riutilizzare quella levata dalla buca, senza aggiunta di concime. La distanza fra le piante deve essere di almeno 7 m nel caso degli alberi, e di almeno 4 m se si pianta un nocciolo. È consigliabile aggiungere nelle vicinanze anche gli arbusti "comari", sempre rispettando i 4 m di distanza.

Le piantine vanno seguite come normali arbusti e alberi, mantenendole ben irrigate per tutto il primo anno. Subito dopo si inizia l'addestramento o l'allenamento del cane in modo che, dal terzo anno, sia pronto a scovare il prezioso prodotto sotterraneo.

Coltivare tartufi: cosa fare e come farlo – Parte 2 - Ultima modifica: 2018-09-25T11:12:25+00:00 da Claudia Notari