tarassaco dente di leone
Il tarassaco o dente di leone è anche decorativo, con i suoi fiori gialli color del sole.
Fra le piante spontanee commestibili ci sono molte malerbe, che normalmente si cerca di eliminare dall'orto e dal giardino. Per esempio, tarassaco, ortica, bardana e cardi si possono raccogliere per cucinarli secondo tante ricette

Anziché accanirsi nello sterminio delle erbe infestanti, è bene imparare a raccoglierle con l’intento di arricchire la cucina casalinga o utilizzarle come rimedi naturali.

Infatti, non vi vogliamo suggerire un nuovo ed efficace sistema di eliminazione delle erbe infestanti. Per ora sono ancora necessari lo sfalcio, la scerbatura (ossia l’eliminazione a mano, chini sulla terra, piantina per piantina), la sarchiatura (con il sarchiatore, attrezzo vagamente simile a una forcarovesciata) oppure l’irrorazione di erbicidi chimici, ossia i metodi classici.

Vi vogliamo invece suggerire di prelevare alcune malerbe per utilizzarle come se fossero piante appositamente coltivate nell'orto!

Tarassaco, il depurativo di primavera

Frequentissimo tra prati e orti in tutta Italia, il tarassaco o dente di leone (Taraxacum officinale) – e i suoi molti simili – è un eccezionale depurativo dell’organismo e disintossicante del fegato: in caso di problemi, consumatelo ogni giorno (almeno 100 g) a crudo nell’insalata mista.

Contiene infatti vitamine (A, gruppo B, C e K), minerali (potassio e ferro, ma anche magnesio, calcio, fosforo, manganese, sodio), e soprattutto un olio essenziale ricco di sostanze amare (tarassina, tarassacina ecc.) spiccatamente depurative e digestive.

tarassaco dente di leone
Quando il tarassaco è fiorito, le foglie sono meno ricche di principi benefici, e anche più amare!

Il tarassaco va raccolto da febbraio ad aprile-maggio, comunque prima che i fiori gialli si aprano perché riduce molto la sua efficacia: si estirpa la rosetta basale di foglie seghettate, preferibilmente con tutta la radice a fittone, anch’essa commestibile a crudo se finemente affettata (un tempo si essiccava, si tostava e si macinava come surrogato del caffè).

La variante romagnola prevede di condire l’insalata di solo tarassaco con i “bruciatini”, dadini di pancetta saltati in padella… Decisamente meno virtuosa, ma più golosa! In alternativa, sbollentate le rosette gettando poi l’acqua amara, e trattatele come gli spinaci, mentre i bocci chiusi si mettono sott’olio, sott’aceto o sotto sale come i capperi.

Bardana, disintossicante come il carciofo

La bardana (Arctium lappa) è una grossa pianta biennale, della famiglia delle Asteracee, che ama i punti umidi e non ha altre esigenze. Diffusa in tutta Italia, è parecchio ingombrante con le sue grandi foglie rasenti il terreno già nel primo anno, e lo diviene ancora di più nel secondo, quando innalza il fusto fiorifero peloso alto fino a 2 m, con fiori purpurei presenti da giugno a ottobre, produttori di centinaia di semi volatili.

bardana attaccavesti
Capolini di bardana, i cui aculei si attaccano ai vestiti: un gioco per i bambini nati prima degli anni 70.

In cucina si usano la radice, da raccogliere con una zappetta a novembre del primo anno o a marzo del secondo; lo stelo fiorale, i piccioli e le foglie, tutti da prelevare prima che si aprano i primi fiori.

La radice si tratta come le patate: lessata e condita con olio e sale, fritta, al forno, in purea, in zuppe e minestre; va però lavata in acqua e limone per evitare che annerisca, e colora in verde l’acqua di lessatura.

Lo stelo fiorale si pulisce e si utilizza come i cardi coltivati. I piccioli si possono friggere in pastella; le foglie si lessano o si aggiungono ai minestroni.

Ha un sapore che ricorda quello del carciofo, di cui è una stretta parente e ha le medesime proprietà depurative e disintossicanti del fegato.

È un ingrediente frequente nella gastronomia giapponese, dove viene chiamata “gobo”, e la radice è reperibile anche secca.

Cardi selvatici, basta togliere le spine

Tutti i cardi, che siano carlina (Carlina acaulis), cardo asinino (Cirsium vulgare), cardo campestre (C. arvense), cardo mariano (Silybum marianum), zafferanone (Carthamus), cardogna (Scolymus hispanicus), carciofo selvatico (Cynara cardunculus), cardo saettone (Carduus pycnocephalus), cardo santo (Cnicus benedictus) ecc., presenti in tutta Italia, si annunciano ogni anno in primavera con una rosetta di foglie lobate e spinose sui margini.

cardo mariano
Il cardo mariano, dalle foglie venate di bianco, facilissime da riconoscere.

I fusti di queste perenni, infatti, si seccano d’inverno per essere sostituiti da nuovi germogli in marzo-aprile, il momento giusto per prelevarli (con i guanti), rifilandoli per togliere le spinule. Oppure si può aspettare qualche settimana per raccogliere le giovani foglie appena dispiegate o gli steli ancora teneri, o un mesetto per staccare i capolini fiorali ancora ben chiusi e le foglie già grandi. In alternativa, nell’autunno del primo anno di vita, si estirpano con la zappetta le radici a fittone.

I germogli e le foglie tenere si impiegano crudi aggiunti alle insalate oppure lessati e aggiunti alla frittata o cotti nell’acquacotta di Viterbo. Gli steli si puliscono e si cucinano come i cardi coltivati (lessi, fritti, in besciamella, gratinati…). I capolini fiorali si conservano sott’olio o si cucinano come i carciofi. Le foglie adulte sono le più ostiche: si tolgono le spine, si sfiletta la nervatura centrale, si tagliano a striscioline e si lessano utilizzandole come gli spinaci. Le radici arricchiscono le zuppe.

Ortica, vitaminica e remineralizzante

 

Forse la pianta più comune in orti e giardini, e sicuramente la più antipatica per il bruciore che regala a ogni sfioramento, l’ortica (Urtica urens, U. dioica) chiama la vendetta del giardiniere! Anche perché eliminarla definitivamente è difficilissimo, a causa degli stoloni sotterranei giallastri che camminano per metri sotto terra.

ortica
Ortica, disperazione del giardiniere... che si può vendicare mettendola in pentola!

Tra marzo e maggio, quando è appena spuntata, muniti di guanti e cesoie, recidete i nuovi getti di ortica, cercando di strappare il più possibile la radiciona, che va gettata, mentre la parte aerea si appoggia in un cestino di vimini.

Lavatela bene, sempre con i guanti, e poi sbollentatela per 3 minuti in pentola per renderla finalmente innocua.

Usatela come contorno, ripassata al burro e formaggio o con olio e aglio, oppure nel risotto, nelle zuppe, nelle torte salate, nelle frittate; al posto degli spinaci nella pasta ripiena e perfino per colorare la sfoglia, che diventerà più verde che con gli spinaci per l’elevato contenuto di clorofilla.

Lei vi farà solo del bene perché, oltre a essere gustosa (i Greci ne andavano pazzi e, secondo Aristofane, la raccoglievano prima dell’arrivo delle rondini, quando è più tenera), vi rifornisce di vitamine A e C, acetilcolina e ferro: combatte efficacemente l’anemia, fortifica la vista e abbassa il colesterolo e depura l’organismo.

Per approfondire

Piante spontanee alimentari
Fitoalimurgia del Basso Veneto tra storia, cucina e tradizioni
25828 - Ultima modifica: 2019-03-13T20:15:50+00:00 da Elena Tibiletti
Tarassaco, ortica, bardana, cardi: non sono solo malerbe - Ultima modifica: 2019-03-18T15:16:00+00:00 da Elena Tibiletti